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Articoli

Raccontarsi con le Fiabe

di Giuseppina Daniele
Sociologa – Psicomotricista

Scrissero una volta i fratelli Grimm: "Le fiabe sono capaci di cogliere i puri pensieri di un'osservazione infantile del mondo, in parte per il modo in cui sono divulgate, in parte per loro intrinseca natura; nutrono in modo immediato come il latte, leggere e gradevoli, o come il miele, dolci e nutrienti, senza pesantezza terrestre."
Le fiabe personali nascono in molti modi, spesso da uno spunto durante un gioco, e talvolta dal corpo che in movimento o in riposo  permette il nascere di percezioni e sensazioni che si traducono in immagini; seguire le proprie immagini interne restituisce ad ognuno la possibilità di creare, di raccontare se stesso in modo profondo ed autentico, con stratificazioni di senso che il linguaggio logico possiede in misura minore. Le immagini parlano direttamente alla nostra anima e arrivano direttamente all’interlocutore, in un gioco di rimandi emotivi che è intraducibile e si può solo sentire. L’utilizzo del raccontarsi nella relazione di aiuto rientra in una categoria molto vasta che è quella del lavoro con le Tecniche immaginative.
L’immaginazione è avere, in modo più o meno evidente, una immagine di ciò che non è più presente, che non lo è ancora o che magari non lo sarà mai.
Quando nella nostra vita percepiamo di essere in una grande difficoltà, di essere ad una svolta nella nostra evoluzione, ma anche nella indecisione sulla direzione da prendere, bloccati da forze esterne od interne che ostacolano il giusto fluire della nostra esistenza, il nostro linguaggio utilizza molto spesso, per far comprendere la nostra condizione, immagini e metafore che richiamano una modalità descrittiva che è propria delle fiabe, prendono forma paludi silenziose, viaggi che hanno perso la strada corretta, incantesimi che fermano il tempo e addormentano le nostre passioni ed i nostri entusiasmi, le stesse sensazioni che percepiamo nel corpo vengono raccontate per immagini, paesaggi colorati dalle nostre emozioni, caverne e labirinti, vulcani e placidi laghi, e mari infiniti che ci invitano a partire o ci ingannano con miraggi. Nelle immagini che emergono spontaneamente nel lavoro con le persone, sono racchiuse la totalità di informazioni che ognuno pensa di avere in quel momento su di sé, sul proprio momento esistenziale. Sia nel gioco dei bambini che nelle fantasie degli adulti le immagini descrivono il passato e la attuale situazione in modo immediato e profondamente autentico, nel percorso segnato dalle sedute questa fotografia dolorosa viene faticosamente rimessa al centro della corrente per tornare a fluire, perché l’introduzione di nuovi elementi porti la possibilità della risoluzione e la speranza del movimento. Il dolore emotivo e la paura immobilizzano la nostra vita psichica esattamente come immobilizzano il corpo fin da quando siamo nella pancia della mamma. Tramite le immagini possiamo lavorare sull’immagine di noi stessi, sull’immagine che riconosciamo vera del mondo e anche lavorare sul cambiamento di tali immagini e sulla loro evoluzione. Tutte le nostre immagini comunicano qualcosa di noi stessi, del momento che stiamo vivendo, delle nostre condizioni attuali, dei nodi che stiamo affrontando, dei desideri che possono indicare una evoluzione futura. Queste immagini, così come il gioco dei bambini, possono essere comprese e approfondite attraverso gli elementi propri della fiaba classica ed aiutarci in questo modo a trovare le evoluzioni possibili, ma anche offrire un quadro preciso del punto di partenza del nostro viaggio.
La narrazione di fiabe è patrimonio dell’uomo da sempre, da molto prima che la memoria si trasformasse in scrittura, gli anziani raccontavano ai giovani e in questo modo l’intero patrimonio di un popolo, la sua tecnologia e la sua cultura veniva salvato e offriva saldi punti di riferimento alle nuove generazioni, la saggezza degli antenati era la chiave di lettura delle difficoltà e delle crisi del presente, immagini e simboli  non erano oscuri  e soggettivi ma appartenevano a chiunque. Anche oggi ci appartengono, portati da una corrente sotterranea, che ha resistito immune alle razionalizzazioni proprie della nostra cultura, riaffiorano con la loro forza intatta  e con il loro potere di guarigione, continuano a parlare della nostra fatica ad interpretare ciò che ci accade, della nostra ricerca, della nostra strada e della nostra continua evoluzione. Nel gioco dei bambini e nelle fantasie degli adulti  si ritrovano  i simboli  antichi delle fiabe ogni volta che la mente razionale  può allentare la sorveglianza,  come nei sogni  questi simboli sono strumenti preziosi  di aiuto, di comprensione là  dove sarebbe difficile  dare forma e parole alle sensazioni e alle esperienze. Ci sono molti, infiniti modi in cui gli elementi fiabeschi possono e sono usati nel percorso di evoluzione delle persone, ho scelto qualcosa nella mia esperienza di lavoro con i bambini che spero dia il senso di come questo strumento è potente e  smisurato, e di quanta libertà possa far sperimentare.

M. ha sei anni, ed è la prima cosa che mi dice appena entra nella stanza di terapia. M. ha sei anni quindi è grande, puntualizza, i suoi genitori sono separati da quando lui aveva due mesi ed ha sempre vissuto con la mamma, attraversa la stanza in diagonale molte volte saltando, rotolando sul fianco, scartando di lato, gettandosi per terra come se stesse schivando un tiro incrociato, ed è quello che fa da sempre in mezzo alla lotta senza esclusione di colpi che esiste tra i genitori, su di lui e attraverso di lui. La comunicazione carica di astio tra i genitori non è diretta ma ha come alibi le sue esigenze, i suoi bisogni, le sue monellerie imputate ora ad una ora all’altra eredità genetica e caratteriale che lui incarna. In un campo di battaglia chi sta fermo è un facile bersaglio e M. quindi non sta fermo mai. Se si rilassa, se fa finta di dormire, emergono vissuti paurosi, di ferimento, di morte, di frammentazione del corpo.
Nel corso del lavoro inventa un gioco e il gioco diventa storia.

“Il gigante e il giovane re”
“In un paese lontano lontano, regnava un giovane re, molto amato dal suo popolo, ma un brutto giorno, passò di lì un gigante, enorme e cattivo, che pensò, questo re è troppo giovane e sicuramente non sa combattere, lo sfiderò a duello e in questo modo conquisterò il suo regno e tutto quello che possiede diventerà mio.”

Qui l’eroe ha già un regno pur essendo così giovane,  manca la trasmissione del potere dal padre, non c’è stato bisogno di partire e viaggiare, come spesso accade nelle fiabe all’eroe bambino, anzi qui  tutto è da sempre proprietà del re bambino, che bada a se stesso, come Pippi Calzelunghe, gli adulti del regno lo servono e lo amano, ma non sono in grado di difenderlo dal gigante, si aspettano anzi che lui sia in grado di far fronte all’aggressione e di proteggerli. Nella crisi descritta attraverso questo linguaggio difficilmente la soluzione appare spontaneamente, quando la fiaba rispecchia il vissuto profondo della persona rispecchia nello stesso modo la difficoltà a pensare ad una via di uscita, non ci sono facili soluzioni e in un primo tempo non c’è magia che sciolga il nodo in cui chi racconta e gioca si sente imprigionato. Molte volte deve arrivare il gigante e molte volte deve essere rappresentato il conflitto, molte sconfitte devono essere subite prima che emerga una possibilità di soluzione, nel gioco del bambino la scena iniziale, il punto di partenza e la crisi dell’eroe deve essere concretizzata in molti modi prima che si costruisca l’alleanza in seduta e che questa alleanza diventi una risorsa per affrontare il problema e superarlo. Questo ci permette di riflettere su due aspetti: il primo è che alcune immagini ritornano al di là del momento contingente e rappresentano la nostra posizione rispetto alla comprensione del mondo, delle relazioni, di noi stessi e ci aiutano a comprendere il nostro modo speciale di stare nel mondo; il secondo è che le immagini sono molto più ricche e hanno ricadute molto più significative quando vengono calate in un oggetto concreto, quando divengono rappresentazione, o attraverso il gioco o attraverso la rappresentazione con i materiali espressivi, in questo modo possono risvegliare risorse, inventiva, emozioni.
Il lavoro con le immagini modifica il sentimento del sé e permette di percepire che la vita può essere plasmata in modo creativo che la personalità non è immutabile ma in evoluzione.Questo è possibile grazie alla relazione che si instaura in seduta. E’ in questo contesto che il narratore della storia può avvicinarsi senza timore alle emozioni che sono racchiuse dalle immagini. Per esempio nella storia del re bambino permettersi di sperimentare la paura di essere di fronte ad un nemico così potente, la rabbia di essere stato lasciato solo, e la speranza di incontrare un alleato che riconosce il valore e non ricatta per avere amore.Nel processo immaginativo ci avviciniamo alle emozioni se comprendiamo e accogliamo l’esatta natura delle nostre emozioni diventa accessibile la loro energia indispensabile per mobilitare cambiamenti.

P. ha 11 anni, quando si avvicina il momento di andare a dormire, emergono immagini inquietanti, paure incontenibili, con gli occhi sbarrati implora i genitori di stare vicini, stare svegli, proteggerla in questo passaggio così difficile tra il mondo della coscienza e il buio del sonno. Talvolta si sveglia nel cuore della notte con gli occhi sbarrati e il papà dice “sembra che guardi l’inferno”, dopo i primi incontri emerge la difficoltà di trovare le parole per descrivere quello che la spaventa, decidiamo allora di scendere da svegli nel sottosuolo oscuro della paura, e guardare attentamente, cercare in questo modo in ogni piega oscura coloro che vivono come esseri maligni e nascosti, mostri e animali, ladri e malvagi, abitatori di paesaggi deserti e inospitali, inadatti alla gioia, visto che parole non ci sono cerchiamo immagini e nasce così un grande manifesto dei terrori, e ancora per contrapposizione e alleanza cominciano ad essere trovate figure amate, fate, animali amici e paesaggi colorati e rassicuranti, la storia comincia a definirsi, esiste un mondo superiore e un mondo inferiore, è necessario trovare una protezione un filtro possibile perché la loro esistenza contemporanea non costituisca un elemento perturbante, dopo vari tentativi e diverse ipotesi il velo tra i due mondi acquista una forma, e questa specie di talismano può essere portato a casa, attaccato accanto al letto esorcizza le paure e il ritmo naturale veglia sonno può essere recuperato.  

Possiamo qui fermarci a riflettere sui modi possibili per affrontare le immagini paurose che spesso emergono nelle invenzioni delle fiabe, le figure minacciose che rompono l’equilibrio iniziale hanno molte forme non tutte umane, è dalle fiabe della tradizione che ci vengono i suggerimenti per affrontarle e uscire vincitori. 

RICONOSCERE CIO’ CHE CI SPAVENTA
Come fa la ragazzina del racconto scegliendo immagini talmente orribili che fa fatica a toccarle con le mani. 

GUARDARE ATTENTAMENTE
Ricordate la fiaba della bella e la bestia dove la protagonista prima di accettare il patto di fermarsi nel castello, chiede alla bestia di mettersi sotto la luce per poterla vedere chiaramente. 

RIVOLGERSI ALL’ASPETTO RASSICURANTE, FAR LEVA SUL POSSIBILE LATO BUONO.
Non sempre è possibile ma possiamo tentare talvolta, come Vassilissa nella fiaba russa quando incontra la strega, la Baba Jaga, cerca di rabbonirla chiamandola nonnina.

COMBATTERE DOPO ESSERSI A LUNGO PREPARATI
Il combattimento è di fatto, così ci insegnano le fiabe, l’ultima risorsa, non è mai gratuito o suicida. 

USARE L’ASTUZIA
Questo piace molto ai bambini. 

DISPORRE DELLA FANTASIA CREATIVA
Per poter accedere a questa risorsa è evidente che bisogna superare l’incantesimo paralizzante della paura, è una soluzione che può apparire in un secondo tempo. 

FUGGIRE
Non è detto che un saggio ritirarsi sia sempre poco dignitoso. 

STACCARSI DALL’IMMAGINE PAUROSA
A volte accade che sia necessario riprendere fiato pensare per un po’ ad altro, attendere che la risorsa giusta emerga alla coscienza. 

USARE OGGETTI MAGICI
Di questa soluzione non si può abusare. Nessun bambino che si rispetti accetta l’arrivo di un aiuto magico se la scintilla non parte dal suo cuore.







GENNAIO 2009

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